Analisi film Norimberga (2025): il Male e le sigarette

Filippo Lorenzoni
Russel Crowe come Herman Göring in “Norimberga” (2025)

Il Male.
L’uomo è sempre stato ossessionato dal Male.

Il male affascina, è come un fuoco che, anche se sai che ti brucerà, vuoi toccare per sentirne il calore.
Da tempo se ne chiede la natura, l’origine, il motivo.
Questa ossessione è riflessa nell’arte e nei media che produce: non a caso la struttura narrativa più semplice e diffusa è quella che presenta un protagonista, che rappresenta il bene, in opposizione a un antagonista, che rappresenta il male assoluto.
I fantasy, la fantascienza, i film di supereroi: tutti riportano questa formula. A loro modo mettono in scena il male, un male fittizio, volto a rappresentare un archetipo idealizzato della malvagità umana.


Non sono altrettante, però, le opere che decidono di portare in rappresentazione un male reale, una malvagità che ha davvero piagato il mondo, provando a spiegarla e a caratterizzarne le sfaccettature e i protagonisti.
Norimberga, film uscito da poco, è una di queste.
Il film parte da una premessa molto interessante: noi, accompagnati da Rami Malek, nei panni dello psichiatra Douglas Kelley, entriamo nella mente dei gerarchi nazisti, artefici della cosiddetta “soluzione finale”, per rispondere a una domanda quanto semplice quanto affascinante, posta esplicitamente all’inizio del film: che cosa distingue NOI da LORO? Da dove deriva il MALE?

Hermann Göring, il secondo in comando a Hitler, è protagonista indiscusso di questa analisi.
Viene presentato come un uomo grasso, di mezz’età, a guardarlo e ad ascoltarlo non si sarebbe mai detto che si stava parlando di una persona che aveva firmato ordini che avevano portato a morti di milioni di persone.
Ci si rende conto che la mostruosità non ha un volto deforme, ma quello di un uomo colto, carismatico e dotato di un’intelligenza fuori dal comune (il suo QI, misurato a Norimberga, era di 138). Göring non era un bruto; era un esteta che amava la caccia, le uniformi sgargianti e le opere d’arte che saccheggiava in tutta Europa.


Eppure, dietro quella facciata di opulenza si nascondeva l’architetto del terrore. Fu lui, nel 1933, a fondare la Gestapo e a istituire i primi campi di concentramento per gli oppositori politici. Fu lui, con una firma apposta con gelida burocrazia il 31 luglio 1941, a incaricare Reinhard Heydrich di trovare una “soluzione totale alla questione ebraica”.
A Norimberga, privato della morfina da cui era dipendente e dei suoi sfarzosi abiti, Göring non appariva come un demone, ma come un politico sconfitto che giocava una partita a scacchi psicologica con i suoi carcerieri.

Ma quindi cosa distingue quelle loro menti contorte e malate dalle nostre?
Sì, perché ci deve essere per forza una differenza, noi non siamo uguali a loro. Loro sono mostri, noi persone normali, non saremo mai capaci di tanto male.
Eppure il film va avanti e più ci inoltriamo e più siamo stupiti non dalla malvagità a cui ci interfacciamo, ma dalla mancanza di questa.
Kelley, studiando Göring, cercava il “gene del male”, una macchia biologica che potesse rassicurarci, dicendoci: “Visto? Sono diversi da noi”. Ma i test di Rorschach e i lunghi colloqui rivelarono qualcosa di molto più disturbante.
Göring non era privo di sentimenti: amava profondamente sua moglie, adorava sua figlia e mostrava una sensibilità quasi infantile per l’arte. Ed è proprio qui che risiede l’orrore. Il male di Göring non era un’assenza di umanità, ma la sua capacità di sezionarla: da una parte l’uomo amorevole e l’eroe di guerra, dall’altra il burocrate che guardava a milioni di vite come a numeri su un registro contabile.


Il film ci sbatte in faccia la verità più amara: il confine tra “noi” e “loro” non è un muro insormontabile, ma una linea sottile che Göring ha attraversato con spaventosa naturalezza.
La vera paura non nasce dal vedere un mostro quando si guarda a uomini del genere, ma dal riconoscere, nei suoi occhi intelligenti, i tratti della normalità che appartiene ad ognuno di noi.

Nel film una delle scene più potenti è molto metaforica. Quando Kelley si trovava a Norimberga, si era fatto un amico, un cadetto che gli faceva da traduttore con i gerarchi nazisti, che, in una delle loro conversazioni, gli aveva detto che avrebbe fumato una sigaretta solo dopo che quell’inferno fosse finito. Eppure alla fine del film, dopo che sono morti tutti i gerarchi, chi impiccato, chi suicida, il ragazzo non si accende una sigaretta, la tira fuori, la guarda, ma non la fuma.
Questa scelta nasce da una consapevolezza: quell’inferno non è davvero finito.
Se davvero il male è solo una linea che ognuno noi in potenza potrebbe superare estremamente banalmente, allora significa che quell’inferno può ritornare, e che ritornerà. Fumare la sigaretta significava ignorare questo male che persiste e ritorna ciclicamente nella storia umana.

Perché è vero, il male ci affascina, e forse noi fumiamo troppe sigarette.