Riflessione su “Veglia” di Giuseppe Ungaretti

Lorenzo Briguglio

Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.

23 dicembre, la pre vigilia di Natale, non è il solito periodo natalizio dove prevalgono la pace e la solidarietà, non ci si scambiano i regali, ma bensì bombe e proiettili.

Giuseppe Ungaretti è lì, in quella trincea stretta, sporca e insidiosa; cala la notte, c’è un po’ di quiete ma il nostro poeta deve ugualmente combattere, non contro il soldato nemico, ma deve assistere ad una scena assai raccapricciante, infatti è costretto a vegliare il cadavere del suo compagno massacrato poco prima.

Osservando quel poco che resta del soldato, il poeta realizza di essere lì per pura fatalità, comprende che al posto di quell’uomo massacrato ci sarebbe potuto essere lui e spiega quanto stia cercando di lottare per la sua sopravvivenza, di quanto voglia rimanere vicino alla vita.

L’invito di Ungaretti, è quello di riflettere su quanto la nostra esistenza sia bella ma simultaneamente fragile e debole e questi primi mesi del 2026 lo hanno fatto notare particolarmente: abbiamo visto stragi, vite spezzate prematuramente, violenza, fame, povertà, lacrime…

Allora,da semplici esseri umani quali siamo, abbiamo il compito di rimanere attaccati, rimaniamo attaccati alla nostra famiglia, ai nostri amici, alle nostre passioni, ai nostri ricordi e ai nostri sogni; solo così capiremo che la fragilità della vita non è un castigo, ma la vera motivazione per cui vale la pena stringersi più forte. Rimaniamo attaccati.