Christian Overa

Il fumo è, forse, il più grande paradosso dell’essere umano. Tutti ne conoscono i rischi. È scritto ovunque, ce lo ripetono da sempre. Eppure, si continua a fumare.
Perché?
L’uomo ha un bisogno ancestrale di avvicinarsi a ciò che lo danneggia, come se il pericolo lo affascinasse. Come un uomo che continua ostinatamente a inseguire una donna che non lo ama più — pur sapendo che ciò lo farà soffrire — così non riesce a staccarsi dal fumo.
Lo accoglie, lo respira, lo lascia entrare nei suoi polmoni insieme all’aria che gli serve per vivere. Una contraddizione sublime. Come scrisse Charles Bukowski:
“Il fumo non ti toglie la vita in un colpo. Ti insegna la pazienza.”
Il fumo è veleno, ma è proprio questa consapevolezza a renderlo affascinante.
Un tunnel senza uscita, scelto consapevolmente.
Succede da sempre. Pensiamo alle guerre: morte, distruzione, devastazione.
Eppure, per un angolo di terra in più, l’uomo le fa. È nella sua natura.
L’uomo è attratto tanto da ciò che lo salva quanto da ciò che lo distrugge.
E spesso sceglie quest’ultima. E così, la domanda più fastidiosa per un fumatore non è:
“Hai da accendere?”, ma: “Perché fumi, se sai che fa male?”
La risposta è semplice, ma dolorosa:
è un vizio di cui non posso fare a meno. Ecco il nodo. Il vizio. L’uomo ha bisogno dei suoi vizi per sopravvivere. Senza di essi, perderebbe parte della sua umanità.
E allora viene da chiedersi: perché proprio il fumo?
Perché il fumo è una pausa.
Un momento fuori dal tempo.
Un istante in cui la realtà si ferma, e io — io — posso respirare qualcos’altro.
Fumo quando ho bisogno di staccare dallo studio, dopo una litigata, dopo il sesso, durante una giornata storta.
Fumo per evadere.
Prima lo facevo in altri modi, ma adesso lo faccio così.
Anche se so che fa male.
Forse fumo perché non ho trovato un modo più elegante di scappare da me stesso.
Lo so, mia madre lo ha capito. Nonostante i miei tentativi di nasconderlo, ha smesso di dire qualcosa. Ha ceduto. Forse si è arresa. D’altronde fuma anche lei.
E lasciamo perdere le solite frasi del tipo:
“Se lo faccio io, non vuol dire che devi farlo anche tu.” Ipocrisia. Un altro vizio umano. Uno dei peggiori. Mi chiedo se si senta in colpa, se pensi di aver fallito. Non lo so.
Io so solo che ho inseguito un bisogno patologico.
Una necessità silenziosa di silenzio.
Siete premurosi, voi che ci dite di smettere.
Ma non serve.
Continueremo a fumare, fino a quando — forse — un giorno ci accorgeremo che non ne vale più la pena.
Fino ad allora, lasciateci nelle nostre illusioni. Sono nostre. Illusioni necessarie.
Scrivo queste righe mentre fumo una sigaretta. E in fondo, non c’è nulla di più poetico.
“Fumare è il tipo perfetto di piacere perfetto: è delizioso e lascia l’insoddisfazione.”
— Oscar Wilde
Come uno scrittore che vive nel mondo che ha creato.
È così.
Paradossalmente, affogo.
Nelle mie illusioni.
Maledette illusioni.
Ma quanto servono, queste illusioni, ai maledetti esseri umani?
