Un viaggio con Mattia Pascal

Aurora Iannelli Ferla

Ciao caro lettore!


Ho pensato di iniziare una serie di articoli in cui, in ogni “episodio”, trascriverò una frase diversa tratta dal libro “Il fu Mattia Pascal”. È un testo che ho letto l’anno scorso e che mi accompagna molto spesso nei pensieri; per ogni citazione, argomenterò le mie riflessioni a riguardo.


Oggi, però, credo sia importante presentarvi questo libro (se a una semplice “storia” si può ridurre): la vicenda di un uomo, o di due, o forse solo di un’ombra.


Questo romanzo racconta di un uomo che, all’inizio, è certo solo di una cosa: di chiamarsi Mattia Pascal. È ignaro del fatto che, presto, non saprà più cosa significhi avere un nome, arrivando a non poter più rispondere — come faceva prima — alla semplice domanda: “Io mi chiamo Mattia Pascal” (p. 7).
Quest’uomo riceve infatti la “possibilità” di cambiare identità e iniziare una vita nuova, libera dal passato.


Il racconto riflette appieno il pensiero di Pirandello: la convinzione che ogni essere umano, sin dalla nascita, sia portato a indossare delle maschere per cercare di soddisfare le aspettative proprie e altrui, sperando così di venire accettato dalla società. È un tema esposto in modo innovativo, che rappresenta perfettamente l’angoscia e il timore dell’uomo (anche quello moderno) nei confronti del futuro, con la paura di essere, come scritto nel libro, solo un’ombra.


Condivido pienamente questo pensiero. Nella mia vita mi sono accorta spesso che quasi tutti portano maschere ( atteggiamenti costruiti) per farsi accettare. Non mi escludo da questo comportamento, ma posso dire con fierezza che ho provato e continuo a provare ogni giorno a scoprire la “vera me”, libera dalle richieste altrui.


Non mentirò dicendo che sia facile o confortevole, ma ogni giorno mi convinco sempre di più che ne valga la pena. In fondo, che senso ha essere accettati dagli altri se non siamo noi i primi ad accettare noi stessi?
“Il fu Mattia Pascal” è una lettura profonda, capace di catturare il lettore facendogli provare quel senso di incertezza, che poi non è altro che libertà, tipico di Mattia Pascal, di Adriano Meis o, forse, di nessuno dei due.