“Il parco grande”

Anonimo

Ho cinque anni e il mondo è grande quanto il parco vicino casa. Noi lo chiamavamo “il parco grande”, per distinguerlo dagli altri parchi della zona.
Il sole scivola tra le foglie degli alberi e le nuvole disegnano buffe forme nel cielo che sembrano animali o castelli sospesi nell’aria.
L’aria profuma di primavera e di merenda.
Io sono seduto sull’altalena rossa, la mia preferita, quella che quando vola in alto fa frusciare le catene come se stessero cantando solo per me.
«Papà, mi spingi?» chiedo con gli occhi già rivolti al cielo.
Ho sempre pensato che, se andassi abbastanza in alto, potrei toccare le nuvole con un dito.
Sono lì, morbide e bianche, come batuffoli di cotone pronti ad aspettarmi.
Ogni volta che l’altalena sale sento lo stomaco fare una piccola capriola.
Il papà è poco lontano, con il telefono all’orecchio. Annuisce, dice “sì, sì” a qualcuno che non vedo. Il rumore dei bambini che corrono e urlano è forte, così si sposta un po’ più in là per sentire meglio.
Io lo guardo andare via di qualche passo.
Mi guardo intorno. I grandi parlano tra loro.
I bambini corrono, si rincorrono, gridano. Nessuno sembra accorgersi che io devo toccare le nuvole.
Allora penso che posso farcela da solo.
Stringo le mani attorno alle catene fredde. Provo a piegare le gambe per darmi la spinta, come ho visto fare ai bambini più grandi.
Ma i miei piedi non arrivano bene a terra.
Le punte delle scarpe sfiorano appena il terreno. Ci provo lo stesso. Mi dondolo un pochino. Ancora. Ancora.
“Più forte,” mi dico sottovoce.
Spingo con tutta la forza che ho, ma l’altalena si muove male, sbilenca. Per un attimo sento il cuore saltarmi in gola. Il cielo non è più davanti a me: è di lato. Poi sotto.
Il mondo si capovolge e io cado.
Il suolo mi graffia la pelle, le mani toccano terra per prime. Sento un bruciore improvviso, acuto, come una puntura cattiva.
Guardo la mano e vedo una riga rossa che diventa sempre più rossa. Il sangue mi sembra enorme, spaventoso, troppo per una mano così piccola.
Le nuvole sono ancora lassù, lontanissime.
Il dolore arriva tutto insieme, insieme alla paura. Le labbra tremano, il petto si stringe e dagli occhi scendono lacrime calde, grosse, che non riesco a fermare.
Piango forte, con il singhiozzo che mi spezza il respiro.
In quel momento non penso più a volare.
Non chiamo papà, non voglio disturbarlo.
E mentre il mondo torna dritto e le lacrime scendono, capisco che le nuvole possono aspettare. Ho solo cinque anni. E per oggi, va bene così.

Ho 15 anni e sono al secondo anno di liceo.
Sono seduto al mio banco, terza fila vicino alla finestra. La professoressa di scienze parla di cellule, di membrane, di qualcosa che si divide e si moltiplica.
Le sue parole riempiono l’aula come un ronzio continuo, regolare.
Poi, all’improvviso, una fitta al petto.
Non è forte. È sottile. Ma mi sorprende.
Il cuore accelera, come se qualcuno avesse dato una spinta improvvisa all’altalena.
Solo che stavolta non sto volando.
Sto cadendo restando fermo.
Provo a respirare, ma l’aria sembra diventata più pesante. L’aula si stringe, i muri si avvicinano di qualche centimetro.
Le voci dei compagni si allontanano, come se arrivassero da sott’acqua.
Mi guardo le mani ma non sanguinano.
Qualcosa non va.
Il cuore batte troppo forte. Troppo veloce.
Mi chiedo se si sente. Se si vede. Se qualcuno può accorgersene.
“Calmati”, mi dico.
Ma il corpo non ascolta.
“Respira”, mi dicono.
Ma la vista si annebbia.
La paura arriva senza motivo apparente.
O forse il motivo è tutto quello che non dico. Le aspettative. I voti. Gli sguardi. Il bisogno di essere abbastanza.
Respiro più veloce. Troppo veloce.
“Respira, stai calmo”
Stringo le dita al bordo del banco come una volta stringevo le catene dell’altalena.
Solo che adesso non sto cercando di toccare le nuvole.
Sto solo cercando di non cadere.

Ho 18 anni e il mondo pesa.
Sono nella mia stanza, la porta deve restare sempre chiusa, la musica nelle cuffie solo per riempire il silenzio.
Un silenzio rimbombante.
La scrivania è un campo di libri aperti, fogli sparsi, vestiti accatastati.
Tutti parlano di futuro. Università. Scelte. Responsabilità.
Io invece mi sento fermo.
C’è un nodo che cresce dentro, un accumulo di parole non dette, aspettative troppo alte, confronti continui.
La sensazione di non essere giusto.
Di essere sempre di troppo in mezzo a tutti.
A volte il dolore emotivo diventa così denso che sembra avere bisogno di un confine, di un bordo, di qualcosa che lo renda reale, misurabile. Come se renderlo visibile potesse dargli una forma, e quindi un controllo.
Ma non è controllo.
È solo un modo disperato di tradurre sulla pelle ciò che dentro non trova voce. Sanguino.
Ho 18 anni e da un giorno all’altro non riesco più ad alzarmi dal letto nemmeno per bere un sorso d’acqua. Piuttosto scelgo di restare lì, immobile.
Da un giorno all’altro le braccia fanno male, come se portassero il peso di tutto quello che non ho detto, e l’acqua, quando scorre, brucia più del previsto.
Da un giorno all’altro non riesco più a guardarmi nudo allo specchio senza sentire le lacrime salire, come se il riflesso fosse un’accusa silenziosa. Gli occhi si fissano sulle imperfezioni e sulle crepe, cercando di capire dove finisce il dolore fisico e dove inizia quello emotivo, senza riuscire a distinguere l’uno dall’altro.
Il mondo continua ad andare avanti. Sorrido.
Le persone ti vedono sorridere, uscire, studiare, progettare.
Nessuno vede la battaglia invisibile tra quello che mostri e quello che senti.
Eppure, da qualche parte sotto tutto quel peso, c’è ancora il bambino che voleva toccare le nuvole.
Non è sparito.
È solo stanco e prova a resistere.