Matteo Massimo Esposito

Il ventidue aprile è stata pubblicata sul sito del ministero la proposta della nuova riforma del Ministro dell’istruzione Valditara in merito alle modifiche attuate ai programmi scolastici.
L’innovazione tocca vari punti, tra cui l’ennesimo tentativo di mettere in simbiosi scuola e intelligenza artificiale perseverando convintamente con lo sterile proibizionismo della consegna dei cellulari, che rende ogni bonario tentativo di progresso l’immagine sempre più nitida dell’incapacità
relazionale adulto-giovane.
Si concentra anche sull’importanza di spiegare ai ragazzi il perché si
studia una certa materia, argomento che non può non essere toccato da un professore cosciente di ciò che fa ma che, in forma istituzionale, si sfoga maggiormente in esternazioni inutili come adesempio con raccapriccianti open day che mirano a spiegare l’utilità delle lingue “morte”
evidenziandone i parallelismi linguistici con le lingue “vive”.
Mi preme però focalizzare maggiormente l’attenzione sull’unica parte della riforma che, con luci ed ombre, mi sembra assumere un valido significato e che conserva un potenziale non comodamente paraculo come le parti precedentemente accennate.
La letteratura è materia principale delle
innovazioni del ministro Valditara che, cercando di reinterpretare l’utilizzo di opere antiche in sensodi auto-riconoscimento per lo studente, sgancia la bomba che tanto fa tremare i conservatori incalliti della cultura: via “ I promessi sposi” dal programma del secondo anno di liceo. (Questo, ricordo,
non significa escluderli in via definitiva dalla formazione scolastica, significa ridimensionarne l’importanza non affrontandone una lettura integrale e posticiparne lo studio collocandolo, come da programma cronologico, in quarta o in quinta liceo quando si affronta il romanticismo).
Su questa decisione, che non è un editto incontestabile ma semplicemente la deposizione di un obbligo didattico, si è riversata l’ira di molti puristi e conservatori che probabilmente hanno paura che il risparmiare le vicende del buon Renzo Tramaglino e della sua consorte Lucia a un ragazzino
di quindici anni sia un’inevitabile iniziazione alla deriva culturale.
Eppure tra i tanti paragrafi che questa riforma comprende solo questo mi ha lasciato intravedere una qualche specie di speranza.
Anche io chiaramente in seconda liceo ho affrontato la lettura dei “Promessi Sposi”, rito che si sarebbe dovuto svolgere in classe con grande zelo da parte dell’insegnante ma che, in realtà, è stato svolto in fretta e furia, parallelamente al restante programma e molto spesso assegnato come compito domestico divenendo così il grande odio di tutti i liceali che spesso, invece che leggerne i
lunghi (e incomprensibili) capitoli, ascoltavano brevi e ben più proficui riassunti del grande Alessandro Sherif eletto all’unisono idolo della seconda superiore.
Nessuno nega che la mia esperienza, (che assicuro essere comune a molti altri studenti), sia viziata più che dal romanzo in sé, dall’inefficacia dell’insegnamento di esso, ma le cose sono fortemente collegate.
Col passare del tempo il capolavoro manzoniano continua ad essere un preziosissimo tesoro linguistico e narrativo ma perde ogni capacità comunicativa col lettore adolescente.
L’argomento è lontano e ben noto e il lessico spesso difficilissimo per dei quindicenni, ma non solo: gli insegnanti stessi nutrono di questo
capolavoro una considerazione variabile ed è ben chiaro, come è giusto che sia, che sentano maggiormente propri a loro stessi altri autori della letteratura italiana, da Svevo a Calvino passando per Pirandello e Morante etc…
La trasmissione de “I Promessi Sposi” ad un ragazzo, già difficile per l’opera in sé, risulta ancora più complicata da quanto detto e sorge allora il ragionevole dubbio che questo romanzo possa essere efficacemente sostituito.
La lettura di romanzi come: “Il Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati o “Sostiene Pereira” di Tabucchi o classici ancora più contemporanei come “Pura Vita” di Andrea De Carlo potrebbero risultare più vicini e comunicativi ad un
adolescente che sta affrontando un percorso liceale.
La volontà di allontanarsi, quantomeno parzialmente, dal rapporto morboso con la tradizione è spesso criticata con frasi che suonano come: “la scuola non si modernizza togliendo”; togliendo no ma sostituendo sì.
Con ciò non mi illudo che i cambiamenti che auspico possano ribaltare drasticamente il disinteresse giovanile verso la lettura ma, basandomi sulla mia più diretta esperienza, posso testimoniare come solo quando ho capito di potermi staccare dai noti classici tradizionali ho sentito un attaccamento alla letteratura che mi ha portato a pensare di farne la mia vita.
Il programma del biennio ha tutte le potenzialità per mettersi a servizio dell’adolescente e per far nascere in lui una crescente passione, fare in modo che un professore possa autonomamente scegliere un libro che lo
ha fatto appassionare in gioventù apre le porte ad una comunicazione più passionale, più viva che ponga l’opera come veicolo di umanità .
Adesso, invece di indignarci di fronte a tale attacco alla consacrata cultura, mi piacerebbe vedere una scuola che esce dalla propria zona di comfort, una scuola che, a differenza di come molti hanno detto, non è stata distrutta da PDP e da griglie valutative più ampie, ma si è auto-sabotata cercando
di assicurare ai giovani un dialogo senza minimamente provare a trovare spazi concreti per farlo.
Se l’obiettivo è realmente quello vantato dalla riforma: “ Lo scopo dell’insegnamento letterario è che gli studenti prendano gusto alla lettura e che da ciò che leggono ricavino strumenti per capire meglio se stessi e il mondo”, allora sarebbe opportuno ascoltare la letteratura degli “adolescenti”
quella che si mettono nelle cuffie, tanto piena di nefandezze e sconcerie, e trovare al suo interno le somiglianze, che assicuro esserci, con la letteratura degli “adulti”.
Magari sarà realmente un tentativo di cambiare a livello istituzionale o magari sarà l’ennesimo colpo sferrato da convinti sostenitori della cultura che sanno perfettamente che: “perché tutto rimanga così com’è, bisogna che tutto cambi”.
